TIN, una sigla

TIN, una sigla sconosciuta fino al giorno, o alla notte, in cui d’improvviso ci sbatti il muso contro.

Non hai il tempo di capire che già, prepotentemente, vieni risucchiato e inghiottito in un mondo nascosto, carico di emozioni dense, fradicio di lacrime. “Dove sono?” ti chiedi… e appena hai varcato la soglia di questo grembo del sant’Orsola tante sono le emozioni che si susseguono, spesso in successioni arbitrarie e contrastanti: Stordimento, dolore, paura, di nuovo stordimento , speranza, incredulità, paura, stordimento, ansia, disperazione, abbandono….
E la gioia? Qualcuno, giustamente strabuzzera’ gli occhi…. “Che dici?”
Bene, distogliamo un attimo lo sguardo da quel cartello che indica la TIN, appena fuori dall’ ascensore sulla sinistra al secondo piano….
Abbassiamo gli occhi verso le nostre mani, quando inaspettatamente un infermiera ti ha chiesto: “La vuole prendere in braccio?” E di colpo ti sei ritrovato a reggere un fagottino di vita che è tua figlia! Tanti sanno la meraviglia di tenere in braccio un bambino nato a termine, un bambino “gigante”, e non è proprio la stessa cosa di tenere tra le mani un prematuro.
Tenere proprio “dentro” le mani questa vita, realmente, visibilmente appesa a dei fili, sensori, tubi, è qualcosa di assolutamente unica, una vita tra le mani, una vita vera, di una verità che è carne, fragile, che ti chiede solo di essere amata….un miracolo visibile, toccabile e presto anche baciabile…
Tra le tue mani di padre la tieni anche tu, come grembo materno, tua figlia, saturandola d’amore e di desiderio di stringerla tra le braccia, al tuo petto… ma ancora non puoi.
Così ti ritrovi come quando eri un fidanzatino innamorato, di un ardore appena acceso, che correvi con il cuore in mano verso quella ragazza che un giorno sarebbe diventata tua moglie, e la desideravi, l’ aspettavi, e quando la trovavi non eri mai sazio di lei e la volevi di più e non ti bastava mai! Non ti bastava così!
Con la stessa bramosia ora risaliamo un’altra volta le scale del padiglione 4, con la stessa sete, la stessa fame e carichi, come muli, d’amore da donare.
Pronti, ancora una volta, tra paure e ombre di fantasmi, ad accogliere queste piccole gioie concentrate nel palmo delle nostre mani…
E ci scopriamo mendicanti…
Mendicanti d’amore!
Mendicanti di voi, nostri figli! E voi nostri figli fateci la carità di non smettere di esserci, anche se dietro il vetro di una termoculla, anche se dentro un ospedale, perché sei voi avete bisogno di noi, noi abbiamo bisogno di voi, così come siete!
E così, giorno dopo giorno grazie a voi ci scopriamo sempre più padri, più mariti, più uomini! E la nostra vita con voi, leggerezze, acquista un peso che mai ha avuto prima….

Antonio C.